La casacca della mia nuova divisa del lavoro è chiusa, sul davanti, da una fila di bottoncini automatici.
A fine giornata mi dà una gran soddisfazione toglierla aprendola con entrambe le mani in un colpo solo. Come un maniaco esibizionista che spalanca a sorpresa l'impermeabile, mi mostro a me stessa grazie allo specchio dello spogliatoio.

Non è vero, come suggeriva il titolo di un film degli anni '80, che "Sotto il vestito niente". Io ci sono sempre. Ogni volta mi sorprendo.
Sono la struttura portante.
Certe prese di coscienza ti fanno subito venire voglia di arrivare a casa e aprire una birretta.

 

Qualche anno fa ho fatto un viaggio in Bosnia, in macchina, con tre amiche. Due settimane leggendarie.
È stata un'esperienza così trasformativa che al ritorno ho avuto un problema con il mio abbigliamento.
Chissà se guardaroba deriva proprio da "guardare la roba"!
Tutte le mattine fissavo i miei vestiti pensando "Non ho niente da mettermi...", manco fossi la protagonista di "Sex and the city". Facevo delle prove e insoddisfatta mi rispogliavo lasciando gli abiti per terra. Alla fine uscivo, scontenta, con un abbigliamento che non mi rappresentava in pieno.
Dopo alcuni giorni il quantitativo di cose accumulate sul pavimento impediva il passaggio. Si imponeva una presa di posizione. Come lo avrei smaltito?
In più, conciliare il desiderio di mostrare al mondo il mio cambiamento attraverso un nuovo modo di vestire, faceva a botte con le mie finanze.
Si dice che l'abito non fa il monaco ma il mio "monaco" interiore voleva il suo abito. I vestiti, come una seconda pelle, parlano di noi. Io mi sentivo diversa e lo volevo manifestare.
Rischiando di restare in mutande ho scelto di tenere pochissime cose che sentivo appartenermi veramente, col resto ho riempito bustoni per le mie amiche, per chi ne aveva bisogno e per il mercatino dell'usato.

C'è una legge della fisica che dice che non appena si produce un vuoto da qualche parte, qualcosa viene immediatamente a colmarlo.
Ho sentito esempi di sue applicazioni alla vita spirituale: amate e sarete riamati, date e vi sarà dato, date anche quello che vi manca e lo riavrete...
Se nessun maestro o guru si è mai sbilanciato sugli armadi ci sarà un perché ma, al contrario di Cocciante nella sua canzone, io NON "vorrei riscoprirlo stasera". "Stasera" invece mi sembra lecito proporre: togliete dal vostro armadio quello che non usate, regalate i vestiti che non volete più e sarete sommersi da quelli dei vostri amici che fanno la stessa cosa ... o perlomeno a me è successo.

C'e tutto un mondo di abiti usati che attendono speranzosi di avere nuova vita attraverso di voi. Le mie incursioni nella "vita consapevole" sono piuttosto faticose, come si evince nel racconto delle albicocche, ma anche creative. Dopo il ritorno dalla Bosnia, infatti, circolano per casa mia buste di vestiti da riciclare, miei o di altri, e non è facile resistere alla periodica tentazione di buttarli via tutti e ciao, scegliendo invece come dividerli e impegnarsi a distribuirli. Sull'onda del "quello che per qualcuno non va più bene potrebbe essere un capo imperdibile per qualcunaltro", negli ultimi mesi con alcune amiche abbiamo fatto un paio di swap party: uno dei modi più divertenti per scambiarsi abiti.
Ognuna delle partecipanti porta cose inutilizzate, naturalmente in buono stato: maglioni dimenticati sul fondo dell'armadio, sciarpe ricevute in regalo e mai messe, o quei pantaloni che non ci entrano più, nemmeno stese sul letto, nemmeno trattenendo il respiro, nemmeno fissando, per farlo spostare con la forza del pensiero, quel cavolo di bottone che nonostante lo sforzo non si vuole avvicinare all'occhiello. Distante come può esserlo il giorno dalla notte, anche se loro almeno all'alba e al tramonto si toccano.
A questo punto si tira fuori tutto dalle sacche e poi, fondamentalmente si ride.
"Questo gilet ti starebbe benissimo", "guarda questa maglia, l'ho portata pensandoti". Ci si consiglia, si cerca di "piazzare" la propria roba, si scopre che le tue amiche vedono qualcosa di te che tu non cogli o viceversa e si provano gli abiti magari facendo merenda. E' come giocare ai travestimenti da grandi insomma.
Qualcuna ci ripensa e la tal camicia, che aveva abbandonato a sé stessa da innumerevoli lune, guardandola meglio non le pare poi così male e se la riporta a casa tra le prese in giro generali.
Qualcun'altra osa e si prende cose che non avrebbe mai scelto di comprare. Magari le metterà solo un paio di volte o forse, indossandole, scoprirà aspetti inediti di sé.
Alla fine, ciò che resta, si regala a qualche associazione locale e anche se il nostro apporto alla sostenibilità della filiera del tessile sarà stato minimo, massimo sarà stato invece lo scambio relazionale, perché attraverso le storie dei vestiti raccontiamo le nostre.

 

Quest'estate, durante una passeggiata, ho trovato la muta di un serpente.
L'aveva abbandonata li, per terra, forse con meno pathos di come avevo fatto io coi miei vestiti nella settimana successiva al rientro dai Balcani.
Chissà se ogni volta che un serpente cambia pelle fa fatica, come succede a noi umani, quando tendiamo a restare attaccati fino all'ultimo a situazioni che non funzionano più invece di lasciarle andare.
Certo che potremmo ricordarci della saggezza della natura. Potremmo ricordarci del serpente e del suo ciclico "mutare". Potremmo ricordarci del piacere che dà mettere un vestito che ci sta meglio di quello vecchio e "indossare" con la stessa curiosità e il medesimo entusiasmo anche idee e progetti più allineati al nostro sentire.
Potremmo.
Coniugare il verbo potere, passando dal condizionale all'indicativo, richiede molta energia in certi casi...e, solo per averlo pensato, rende necessario aprire un'altra birretta.