È più di un mese ormai che dormo sul divano.
La prima notte è stata una scelta dettata dallo shock della morte della mia gatta, avvenuta proprio in camera mia la mattina stessa.
Le successive sono state quelle del «mi prendo tutto il tempo che mi serve» poi, di fronte ai commenti preoccupati di qualche amico, ci sono state le notti assertive. Assertive clandestine. Rispondevo educatamente a tutti che sì, a breve sarei tornata a dormire nel mio letto, mentre un piccolo Giucas Casella sussurrava nella mia mente «ci tornerò quando lo dirò io!».
Il fatto è che lì mi sento al sicuro.
È una specie di cuccia, quasi un bozzolo che mi sono costruita aspettando di sfarfallare. Un rituale di passaggio in perfetto allineamento con il tempo sospeso della quarantena.
E poi mi piace entrare in camera mia e guardare il letto nudo, senza lenzuola e piumone, solo materasso. Provo quasi un sottile piacere nel percepire il senso di provvisorio che mi dà la sua visione.
Questa storia mi ha portato a ridefinire gli spazi casalinghi.
C'è un proverbio che dice «si chiude una porta e si apre un portone». Ecco, per una bizzarra legge dell'equilibrio, a me è successo di chiudere la porta di camera e di aprire i finestroni che danno sulle tre terrazze del mio appartamento! Non le frequentavo da anni.
Le ho pulite, riempite con vasi di piante fiorite e officinali.
I vicini hanno pensato di sicuro che avessi venduto casa a qualcun'altro...
Nel tentativo di «materializzare» il mio percorso spirituale ho poi riordinato la libreria. È una cosa che ho già fatto più volte e che ha contraddistinto il susseguirsi di cambiamenti interiori.
C'è stata quella volta che per allenarmi a lasciar andare ho regalato un tot di libri ai miei amici. C'è n'è stata anche un'altra che, volendo tenere solo quelli che sentivo veramente rappresentativi, ne ho donato uno scatolone alla biblioteca più vicina. Stavolta, come estremo atto d'integrazione, ho accettato di mescolare libri molto amati con altri iniziati, poi sospesi e che forse non finirò mai.
La cosa più ridicola però riguarda quello che è successo una sera della scorsa settimana. Avevo comprato dei peperoni. Sì lo so, fuori stagione e in assoluto contrasto con lo stile di vita sostenibile, ma in perfetto accordo con la mia voglia del momento. Li stavo cucinando quando, di fronte alla padella, in una mano il coperchio e nell'altra il mestolo, mi è uscito improvvisamente un canto. Mescolavo e cantavo. Sciamana metropolitana o follia da pandemia?
Ieri è tornata mia figlia che non vedevo da tre mesi e, dopo qualche ora, mi ha detto « Mamma, sembra che questa quarantena ti abbia fatto diventare una persona normale!».
Mi è subito venuta in mente una frase di una vecchia canzone: Niente è come sembra niente è come appare.
Perché niente è reale.
